Ci sono settimane che valgono più di un manuale di scienza della comunicazione politica. Questa, tra il caso Ceuta e il caso Fakir, è una di quelle. Non perché siano vicende paragonabili nella sostanza ma perché mostrano, specularmente, lo stesso riflesso: la politica italiana, di destra come di sinistra, preferisce quasi sempre la certezza immediata alla pazienza dei fatti. Cambia solo il bersaglio.
Ceuta
Giovedì 30 luglio circa 50-60mila persone hanno attraversato in poche ore il confine tra Marocco e Ceuta, l’enclave spagnola sulla costa nordafricana. Le immagini, file di persone in mare, la città in affanno, almeno 57 morti recuperati al largo, hanno avuto l’effetto di una scossa politica immediata in tutta Europa, e in particolare in Italia.
La reazione del governo è stata durissima e rapidissima: Giorgia Meloni ha parlato di “misura straordinaria” per “tutelare la sicurezza nazionale”, e nel giro di ventiquattr’ore l’Italia ha sospeso Schengen con la Spagna sui collegamenti marittimi e aerei, con il plauso di Salvini (“bene così, passa la linea Lega”) e Tajani. Fratelli d’Italia ha collegato l’accaduto alla “follia immigrazionista della sinistra” spagnola.
Poi, però, sono arrivati altri numeri. Già venerdì sera il governo spagnolo comunicava che circa 48mila delle oltre 50mila persone entrate erano già rientrate in territorio marocchino, grazie al dispiegamento dell’esercito e a un’intesa rapida tra Madrid e Rabat sui rimpatri. Un dato enorme, che ridimensiona parecchio la narrazione dell'”invasione permanente” usata per giustificare la sospensione di un trattato europeo, la cui notifica formale a Bruxelles, va detto, non era stata nemmeno completata quando la decisione politica era già stata annunciata.
Questo non significa che la crisi non sia stata grave, né che le domande sulla gestione dei confini europei siano illegittime: i morti sono comunque decine, il sistema di accoglienza di Ceuta è collassato, e resta aperta la domanda sul perché in così tanti abbiano scelto quel momento per attraversare (un’ipotesi guarda a una sentenza della Corte Suprema spagnola di inizio luglio, un’altra a dinamiche interne al Marocco). Significa però che la sequenza, allarme totale, misura drastica, poi ridimensionamento dei numeri, è un classico perchè si decide sull’onda dell’immagine, non sul dato consolidato.
Fakir
Il 19 luglio, a Bologna, Abderrahim Fakir, 42 anni, muore durante un fermo di polizia nel quartiere Pilastro, dopo essere stato immobilizzato a terra da due agenti intervenuti su segnalazione dei residenti. Anche qui, la reazione politica è stata immediata, ma di segno opposto e da un campo opposto.
Nelle prime ore, esponenti del Pd e di Avs hanno parlato di modello “Ice” (la polizia dell’immigrazione statunitense, evocata come termine di paragone), il sindaco Lepore ha organizzato un presidio che è sfociato in disordini, e la vicenda è stata immediatamente incasellata come ennesimo caso di violenza delle forze dell’ordine contro un uomo di origine straniera. Dall’altra parte, altrettanto rapidamente, la destra ha bollato tutto come “sciacallaggio” e ha difeso a spada tratta l’operato degli agenti, con il ministro Piantedosi che già nei primissimi giorni parlava di un approccio corretto da parte della polizia sulla base dei video disponibili.
E i fatti, nel frattempo? La Tac ha escluso fratture ossee. L’autopsia ha rilevato sangue nei polmoni e segni di schiacciamento sul dorso, compatibili con un’ipotesi di asfissia posturale, ma resta da stabilire se lo schiacciamento sia avvenuto mentre l’uomo era vivo o durante le manovre di rianimazione, e se il sangue nei polmoni sia legato a un eventuale uso di cocaina (non trovata comunque in casa) o a una compressione eccessiva. È inoltre emerso che Fakir era seguito da un centro di salute mentale dopo un accesso in pronto soccorso a fine giugno, con un appuntamento fissato proprio per i primi giorni di agosto. Gli esami tecnici richiederanno fino a 90 giorni.
In altre parole non lo sappiamo ancora. Non lo sapevano, a maggior ragione, il giorno stesso della morte né i primi a gridare “assassini”, né chi ha subito blindato gli agenti come irreprensibili prima ancora dell’autopsia.
Lo stesso vizio
Messi uno accanto all’altro, questi due casi non dicono che destra e sinistra abbiano “torto allo stesso modo” nel merito, sarebbe una scorciatoia intellettualmente pigra, perché il merito delle due vicende è diverso e va giudicato con criteri diversi. Dicono qualcosa di più preciso e forse più scomodo: entrambi gli schieramenti hanno imparato a usare l’emergenza come prova, non come domanda.
Su Ceuta, la destra italiana ha trasformato un numero di arrivi (spettacolare ma in gran parte transitorio, com’è tipico di questi attraversamenti di massa già visti nel 2021) in una decisione geopolitica pesante, la sospensione di Schengen, presa nell’arco di una giornata, prima che si sapesse quanti sarebbero rimasti davvero sul territorio spagnolo. Su Fakir, una parte della sinistra ha trasformato un video parziale e una morte tragica in una sentenza politica sulla natura dello Stato (“Stato di polizia”), mentre una parte della destra ha fatto esattamente il percorso inverso, assolvendo prima che gli esami tossicologici e istologici fossero pronti.
Il problema non è avere un’opinione a caldo, è legittimo, ed è persino inevitabile in democrazie mediatiche dove il ciclo delle notizie non aspetta nessuno. Il problema è blindarla prima dei fatti, e poi non tornarci sopra quando i fatti, puntualmente, la complicano. Dei 48mila rientrati a Ceuta si è parlato molto meno della sospensione di Schengen. Dell’autopsia di Fakir, con la sua ambiguità clinica ancora aperta, si parlerà probabilmente meno del presidio in piazza Nettuno o delle accuse incrociate dei primi giorni.
Chi fa informazione e chi la consuma dovrebbe forse partire da un’ammissione più umile: nelle prime 24-48 ore di una notizia drammatica, quasi sempre, sappiamo meno di quanto pensiamo di sapere. E la fretta di avere ragione, a destra come a sinistra, è quasi sempre la prima vittima della verità.
