Intervista alla senatrice Alessandra Maiorino (M5S): tra bilancio del governo, educazione sessuo-affettiva e futuro dei diritti civili

8–12 minuti

Nata a Roma il 24 luglio 1974, Alessandra Maiorino arriva alla politica dopo un percorso da insegnante: laureata in Lettere classiche alla Roma Tre, ha insegnato in Italia, Germania e Qatar. Eletta senatrice del Movimento 5 Stelle dal 2018 — riconfermata nel 2022 — è oggi vice capogruppo M5S al Senato e coordinatrice del Comitato Politiche di Genere e Diritti Civili del Movimento, incarico confermato dagli iscritti nel dicembre 2023. In Parlamento è capogruppo nella Commissione Esteri e in quella d’inchiesta sul Femminicidio; è stata prima firmataria del ddl contro l’omotransfobia e di proposte come il congedo di paternità. Su questi temi — parità di genere, diritti civili, contrasto alla violenza — ha costruito una parte centrale della sua battaglia politica, che ripercorre in questa intervista a ilblogpopolare.com.

Cosa l’ha portata a scegliere l’impegno politico e, in particolare, a fare delle politiche di genere uno dei pilastri della sua battaglia?

«Trovare le ragioni dei percorsi di vita non è mai semplice. Mi viene da dire che ho sempre avuto una fortissima intolleranza verso le ingiustizie e verso la sopraffazione dei più deboli. So che sembra retorica, ma sono sempre stata così, fin da bambina. Quindi è stato poi naturale, nel corso del tempo, occuparmi di certi temi: la politica è l’ambito in cui certe ingiustizie — anzi, le ingiustizie — potevano essere curate. Naturalmente ci sono altre strade, come quella dell’associazionismo, del volontariato, insomma tanti percorsi. Però la politica è comparsa in maniera forte con la nascita del M5S, anche se è sempre stata parte del mio interesse: ho sempre parlato di politica, nel gruppo dei miei amici ero quella che rompeva le scatole portando sempre temi di attualità politica. Quindi è stata una cosa naturale.»

Qual è il suo bilancio dell’azione del governo Meloni su diritti e politiche di genere?

«Il governo attuale, a mio modo di vedere, ha un punto di forza innegabile, che è quello della propaganda. L’uso magistrale della propaganda che sta facendo il governo Meloni — e in generale i governi di destra nel mondo — è una cosa da studiare, e verrà studiata negli anni a venire. Nei fatti non hanno fatto nulla di concreto, o meglio, non hanno fatto nulla di concreto rispetto — come dicevamo prima — ai più fragili, ai vulnerabili, alle ingiustizie, alle disuguaglianze. Non hanno fatto nulla per appianare, per alleviare tutto questo; anzi, semmai hanno acuito le differenze, hanno inasprito le frizioni sociali, creando ulteriori forme di insofferenza e intolleranza reciproca tra gruppi artatamente creati e divisi. Hanno generato quindi divisione e impoverimento nella società, e anche un certo guardarsi reciprocamente con sospetto. Io credo che tutto questo sarà difficile da spazzare via, perché una volta che i semi dell’odio sono stati innestati nei cuori e nelle menti delle persone, nel loro modo di guardare all’altro, è molto difficile sedare tutto questo. E credo che tra le misure che il governo metterà in campo, uno degli effetti secondari sarà proprio questo: sedare questo malessere diffuso, che è estremamente diffuso nella nostra società.»

A che punto siamo con l’attuale esecutivo sui temi che lei segue più da vicino?

«Beh, diciamo che con i governi Conte qualcosa era stato fatto. Questo Paese, a mio modo di vedere, è molto indietro. Peraltro questa intervista arriva proprio a ridosso della polemica sul “woke” che si è innestata nel dibattito pubblico, e che rischia di essere un po’ fuorviante. Io detesto le etichette, non le ho mai utilizzate in nessun ambito — né per categorizzare le persone, né i filoni di pensiero, tanto meno i filoni di pensiero esteri — perché questa cultura woke, se esiste, è esistita negli Stati Uniti, e l’Italia l’ha lambita solo di striscio: non è una cosa che riguardi davvero il nostro Paese. È stata anche questa abilmente usata dalla destra, anche nostrana, per comprimere diritti che ancora non ci sono: perché in Italia ancora non c’è il matrimonio egualitario, perché in Italia non c’è l’adozione per i single, perché per la donna abortire è ancora una gincana tra mille ostacoli, perché la stessa parità di genere è ancora lontanissima dall’essere raggiunta, per non parlare del razzismo. Quindi non vorrei che si confonda una forma di buona educazione — perché autocensurarsi certe parole, certe espressioni, certe definizioni che sono ancora insulti, non significa essere woke — significa semplicemente essere una persona con un briciolo di sensibilità e magari di buona educazione.

Per venire meglio alla tua domanda: credo che ci sia moltissimo da fare, innanzitutto per quanto riguarda il raggiungimento della parità di genere. Noi del M5S siamo stati in realtà i primi a proporre, per esempio, il congedo paterno, che non è solo una misura di uguaglianza ma innanzitutto una misura economica, perché vediamo che l’Italia oggi è ferma dal punto di vista lavorativo: le donne continuano — nonostante la presidente del Consiglio vanti record che non esistono — a fare i conti con un’Italia all’ultimo posto per occupazione femminile. Quindi il congedo paterno non è solo una misura economica che aiuta le famiglie e aiuta le donne a rimanere nel mondo del lavoro e nella carriera, ma è anche un’autentica rivoluzione culturale, e ha quindi enormi benefici. Dicevo, siamo stati i primi, nel 2019, a proporlo; oggi è una proposta dell’intero campo progressista — quella che, per parlare di tecnica parlamentare, abbiamo scritto insieme e che ha prima firma Schlein, oggi alla Camera — mentre noi del Movimento 5 Stelle abbiamo la prima firma su quella del salario minimo, perché sono tutte cose che si tengono insieme, non distinte: anche la questione salariale, degli stipendi bassi, che naturalmente affligge le categorie più vulnerabili — tra queste ci sono le donne, ci sono i giovani. Il congedo paterno giova alle donne, giova ai giovani e agli stessi uomini, a cui viene finalmente riconosciuto il ruolo di padre. Credo che sia una delle cose da cui partire, senza ombra di dubbio e senza timore di essere definiti woke, perché non ha niente a che fare con tutto ciò.»

Uno dei temi più discussi è l’introduzione dell’educazione sessuo-affettiva nelle scuole. Perché ritiene sia necessaria e a che punto è, oggi, il dibattito politico e parlamentare su questa proposta?

«Allora, dal punto di vista metodico, ti racconto che io ho fatto praticamente la mia campagna elettorale del 2018 parlando di educazione all’empatia. Per me, insegnante, che vengo appunto da un percorso di insegnamento e di abilitazione all’insegnamento — avendo lavorato anche a lungo in Germania, anzi soprattutto in Germania, come insegnante — questo era ed è un punto fondamentale nelle nostre scuole. Naturalmente l’educazione sessuo-affettiva è qualcosa di leggermente diverso dall’educazione all’empatia, ma le due cose stanno insieme. Oggi è assolutamente necessaria, ancora più necessaria di ieri, perché la tecnologia è calata davvero come un maglio d’acciaio sulle vite dei ragazzi e delle ragazze: sui giovanissimi che sono nati nel digitale, che sono nati sulle piattaforme e sui social, che sono nati in relazioni che possono risultare molto effimere, in cui scambi emotivi davvero profondi possono rimanere ai margini, essere molto banalizzati. Un’educazione all’affettività e alla sessualità è salvifica. Il problema è chi ha le competenze per impartire e per gestire questo tipo di percorsi: è chiaro che non possono essere gli insegnanti che improvvisano un paio di corsi di formazione. Ci vorrebbero percorsi seri, gestiti da professionisti che conoscono molto bene la materia. Quindi io mi auguro che si riesca a metterlo in campo, perché ritengo che oggi sia salvifico.

E ciò che ha fatto Valditara, anche lì, è propaganda e basta: loro dicono, proprio in un’intervista recente, di essere stati il primo governo ad aver introdotto l’educazione sessuo-affettiva, ma è chiaro che non ci credono nemmeno loro, perché se tu chiedi il permesso ai genitori, evidentemente ritieni che quella sia una materia forse un po’ sconveniente, perché i genitori possono dire di no — ed evidentemente c’è qualcosa che non va — ma che sembra non necessaria per i ragazzi e le ragazze. La matematica non è facoltativa, l’italiano non è facoltativo: si fa e basta. E quell’argomento dovrebbe essere trattato allo stesso modo: è un insegnamento che oggi, ripeto, è assolutamente necessario, se non salvifico. E quindi questa è la direzione che noi intendiamo prendere rispetto a questo.»

Guardando alle prossime elezioni politiche e alla possibile costruzione di un campo progressista unito: che ruolo devono avere i diritti civili e le politiche di genere in questo percorso, e qual è il suo impegno personale su questi temi per il futuro?

«Beh, nel programma del Movimento 5 Stelle, ma come nel programma di altre forze politiche del campo progressista, c’è per esempio il matrimonio egualitario. Ecco, quando si parla di uguaglianza e di contrasto alle disuguaglianze: naturalmente, se alcune persone possono sposare la persona che amano e altre no, questa è una storture che non va, che va assolutamente sanata.

Per sapere cosa succederà in futuro servirebbe una palla di vetro. Io rimango quella che sono e quella che sono stata: in ogni caso continuerò il mio lavoro in Parlamento, continuerò le mie battaglie, che sono le battaglie che ho sempre condotto — anzi, con maggiore determinazione. Questo mondo non è più il mondo di quando io avevo vent’anni. Nel 1992 ho fatto 18 anni, ho votato la prima volta, e c’era il sogno dell’Europa unita: quel sogno era ancora intatto, il muro di Berlino era caduto da pochissimo, ci hanno fatto credere che andavamo verso un mondo di pace, e per un po’, in superficie, è stato così — per un po’, in superficie, non si sono visti conflitti che ci coinvolgessero direttamente all’orizzonte, quando parlo di “noi” parlo dell’Occidente nel senso più lato e più ampio possibile. Ma sotto quella superficie covavano già quei terribili conflitti che sono esplosi in tutta la loro durezza.

Ecco, io mi metto nei panni di una persona che oggi ha 18 o 20 anni, che si guarda intorno, che vive un’estate a 40 gradi in Italia — noi alle elementari studiavamo l’Italia come un Paese dal clima temperato, con estati fresche e inverni miti. Non è più così: ora, d’inverno, abbiamo fenomeni atmosferici violentissimi, che continuano a essere definiti “eccezionali”, ma quando succedono tutti gli anni l’eccezione diventa la norma. E le estati sono invivibili, soffocanti: le belle estati di quando avevo vent’anni non esistono più. Faceva caldo, ma si poteva — pensate un po’ — vivere senza il condizionatore, nessuno moriva di caldo. Oggi non è più così.

E quindi mi metto nei panni di chi oggi ha vent’anni e vede i conflitti che ci sono, vede un’Europa disponibile ad armarsi fino ai denti e che non sa parlare d’altro — l’unica cosa su cui si vuole unire è il riarmo. Io non ho mai sentito l’Europa parlare ossessivamente di un tema in maniera così unica e univoca come del riarmo, della decisione di armarsi fino ai denti e di stanziare 800 miliardi in armi destinate al riarmo — non alla cultura, non al welfare, non a tante cose che davvero migliorerebbero la qualità della vita di tutti i cittadini, ma al riarmo.

Ecco, io credo che questo sia un mondo che noi non immaginavamo, a vent’anni, di trovarci ad affrontare. E se io avessi vent’anni oggi mi sentirei molto disorientata — o forse questo mi darebbe la spinta per combattere, probabilmente. Però non è un mondo molto amichevole, quello che vedo intorno a me oggi. Io credo che una nostra priorità sia proprio quella di spegnere gli incendi che divampano, dal punto di vista dei conflitti e dal punto di vista del pianeta stesso, perché altrimenti richiamiamo cataclismi che mettono in pericolo il sistema di vita che abbiamo conosciuto.»

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