Ancora il Ponte sullo Stretto. Ma stavolta la partita non si gioca più (solo) sui costi o sull’impatto ambientale: si gioca sulla tenuta di uno degli ultimi argini che lo Stato ha contro lo spreco del denaro pubblico. E il governo, in queste settimane d’estate, sta provando a spostarlo.
Un anno di braccio di ferro
Ripercorriamo i fatti, perché la memoria corta è la migliore alleata di chi governa. Nell’ottobre 2025 la Corte dei Conti nega il visto di legittimità alla delibera CIPESS che avrebbe dato il via libera definitivo al progetto: troppe le zone d’ombra su coperture economiche, stime di traffico, compatibilità con le direttive europee su appalti e tutela ambientale. è la magistratura contabile che dice, nero su bianco, che così com’è l’atto non sta in piedi.
Da lì in avanti il copione si ripete con una costanza quasi comica. Salvini annuncia una scadenza, la scadenza salta, la Corte solleva nuovi rilievi, il governo promette di rispondere “punto per punto”. Ma a gennaio 2026 succede qualcosa di più serio di un ennesimo rinvio: trapela una bozza di decreto legge che non prova a rispondere ai rilievi della Corte, prova a restringerne i poteri. Il testo, se fosse passato così com’era scritto, avrebbe permesso alla Corte di valutare solo la delibera CIPESS come atto formale, senza poter più entrare nel merito degli atti tecnici, economici e ambientali che la determinano, cioè proprio i punti su cui i magistrati avevano già detto no. In più, la bozza prevedeva uno scudo contro la responsabilità per colpa grave in caso di danno alle finanze pubbliche, e affidava la regia dell’operazione a Pietro Ciucci, amministratore delegato della società Stretto di Messina: il controllato che avrebbe orchestrato l’aggiramento del controllore.
Persino il Quirinale ha ritenuto necessario intervenire per chiedere modifiche. Alla fine, nel decreto approvato a febbraio, la nomina di Ciucci a commissario sparisce, così come i commi che limitavano il perimetro della Corte e lo scudo erariale. Una vittoria dell’Associazione Magistrati della Corte dei Conti, che aveva parlato apertamente di un tentativo di “ottenere il visto di legittimità senza rimuovere le violazioni di legge già accertate”. Ma la battaglia di gennaio ci dice già tutto, quando i conti non tornano, invece di rifare i conti, si prova a cambiare chi li controlla.
L’ombra dell’inchiesta
Su questo scontro istituzionale si è poi innestato, a giugno, un capitolo giudiziario che merita di essere trattato con la cautela che le indagini in corso impongono, restano allo stato accuse, non sentenze. La Procura di Roma indaga per corruzione e rivelazione di segreto d’ufficio tre persone, tra cui un ex presidente aggiunto della Corte dei Conti, un avvocato già legato alla Lega in Calabria e un imprenditore. Secondo l’accusa, i due avrebbero cercato di avvicinare il magistrato, (e senza successo, altri due giudici contabili) promettendo appoggi per incarichi post-pensionamento in cambio di un occhio di riguardo sull’iter del Ponte. Che l’esito processuale sia quale sia, il fatto che un’inchiesta di questo tipo si sia aperta proprio nel mezzo del braccio di ferro tra governo e Corte dei Conti è un tassello che va tenuto agli atti, con tutta la prudenza del caso.
I 13,5 miliardi e il conto che manca
E veniamo all’ultimo, importante sviluppo. A fine luglio la CGIL ha presentato un esposto alle procure contabili di Sicilia e Lazio, chiedendo di verificare se le risorse pubbliche destinate all’opera siano state impiegate correttamente o se si stia producendo un danno erariale. Il sindacato richiama le stesse criticità già sollevate dalla Corte: il costo complessivo dell’opera, ormai oltre i 13,5 miliardi di euro, non ha ancora una quantificazione definitiva; restano dubbi sul rispetto delle norme europee su appalti e ambiente; e buona parte delle infrastrutture connesse, quelle senza cui il Ponte da solo servirebbe a poco, non risultano ancora finanziate né completate.
È qui che il conflitto istituzionale smette di essere una questione per addetti ai lavori e torna a riguardare tutti. Perché ogni miliardo che finisce in un’opera i cui costi lievitano di anno in anno, senza un conto finale certo, è un miliardo che non va altrove. La CGIL dice che ogni euro speso per il Ponte senza le dovute garanzie è un euro tolto agli ospedali, alle scuole, alle infrastrutture di cui il Sud avrebbe davvero bisogno.
