G8 di Genova, 25 anni dopo: il potere non ha più bisogno dei manganelli

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Il 20 luglio 2001 è il giorno simbolo del G8 di Genova. Durante le manifestazioni contro il vertice dei grandi della Terra venne ucciso Carlo Giuliani, ventitré anni, colpito in Piazza Alimonda. La notte tra il 21 e il 22 luglio si consumò il blitz alla scuola Diaz, dove decine di persone furono pestate nel sonno, e i fatti della caserma di Bolzaneto, dove i fermati subirono trattamenti che la Corte europea dei diritti dell’uomo (nella sentenza Cestaro contro Italia del 2015) ha definito tortura, condannando lo Stato italiano per non aver ancora, a quella data, introdotto nel codice penale un reato specifico di tortura (arriverà solo nel 2017). Quel weekend segnò una frattura nella storia repubblicana italiana: non solo un fatto di cronaca, ma un punto di non ritorno nella percezione del rapporto tra cittadino, diritto alla protesta e uso della forza pubblica.

Parlarne oggi, venticinque anni dopo, non significa fare l’esercizio rituale della memoria. Significa chiedersi se il potere, per togliere libertà, abbia ancora bisogno di un manganello.

Il G8 è una cicatrice…

Il tempo non cancella i traumi. Li trasforma. Le ferite diventano cicatrici, e le cicatrici hanno il compito di ricordarci dove siamo stati vulnerabili. Il 2001 fu la ferita improvvisa, inaspettata, impossibile da prevedere in una democrazia occidentale del nuovo millennio. Il 2026 è la cicatrice, il segno che resta quando il dolore acuto si è placato, ma che continua a dire qualcosa a chi la guarda.

La memoria di Genova serve a ricordare alla democrazia quali erano i suoi vuoti, perché possa colmarli, e al cittadino informato quali sono i segnali da non ignorare, perché non si ripetano.

…e il potere impara

Non è corretto dire semplicemente che “il potere oggi fa le stesse cose di allora”. È più preciso, e più inquietante, dire che il potere apprende dai propri errori. Se la forza produce scandalo, come accadde con la Diaz e Bolzaneto, oggetto di sentenze italiane ed europee, il consenso diventa uno strumento molto più efficiente. Il controllo più stabile non è quello imposto con la violenza, visibile e quindi contestabile, ma quello accettato spontaneamente, perché non lascia segni da fotografare né sentenze da scrivere.

Quando una persona smette di essere costretta e comincia a convincersi da sola?

Michel Foucault ha dedicato gran parte della sua opera a descrivere proprio questo passaggio: un potere che non agisce più soltanto per divieto, ma si diffonde in una rete capillare di dispositivi (normativi, tecnici, discorsivi) capaci di orientare i comportamenti senza bisogno della violenza plateale. Non serve picchiare. È sufficiente orientare.

La forma di potere più efficace non è quella che proibisce. È quella che suggerisce. Non dice cosa non puoi fare; ti convince che non vale la pena farlo. È il meccanismo dell’omologazione di cui parlava, in Italia, Pier Paolo Pasolini quando descriveva una “mutazione antropologica” prodotta non dalle camicie nere, ma dal consumismo e dai suoi modelli di conformità: un potere che non ha più bisogno di eserciti perché ha ottenuto l’uniformità dei desideri. Questo apre il tema della rinuncia volontaria, la libertà che ci togliamo da soli perché sembra più comodo così.

Controllo delle coscienze

Nel 2001 il conflitto era fisico: corpi in piazza, corpi manganellati, corpi rinchiusi a Bolzaneto. Oggi è culturale, e per questo più difficile da riconoscere e da raccontare.

È possibile perdere una libertà senza che nessuno ce la sottragga esplicitamente? E quanto delle nostre scelte è davvero nostro, e quanto è il risultato di incentivi, algoritmi, mode e aspettative sociali? è più comodo pensare che la libertà si perda con un editto, non con una notifica.

Il potere non governa soltanto attraverso la paura. Molto più spesso, oggi, orienta attraverso i desideri: successo, visibilità, riconoscimento, appartenenza. È più facile ottenere consenso facendo leva sul bisogno di non essere nessuno che facendo leva sulla minaccia diretta, sul merito promesso e negato, sulle raccomandazioni, sul rischio di perdere uno status se non ci si adegua.

È una riflessione che richiama pensatori contemporanei che hanno studiato a fondo il rapporto tra libertà, desiderio e sfruttamento di sé nella società della prestazione, senza che sia necessario nominarli per riconoscerne l’eco in ogni bacheca, in ogni notifica, in ogni traguardo che ci viene chiesto di inseguire.

La piazza dei Social

I social hanno trasformato la piazza pubblica in una piazza permanente. Ogni tragedia diventa immediatamente racconto, ogni opinione identità, ogni presa di posizione una forma di esposizione. Il rischio è che il ricordo perda profondità e diventi un gesto di appartenenza, non un atto di conoscenza, ma un modo per dimostrare da che parte si sta, magari solo perché conviene, magari solo perché altri prima di noi hanno già indicato cosa dire.

Guy Debord, già nel 1967, descriveva questo scivolamento come “società dello spettacolo”: un mondo in cui l’essere si trasforma in avere e l’avere si trasforma in apparire. I social non nascondono la violenza, anzi, la espongono, la commentano, la consumano, ma questa esposizione non produce automaticamente coscienza critica. La produce solo se qualcuno ha il coraggio di pensare con la propria testa prima di guardare cosa pensano gli altri.

Le libertà si perdono in silenzio

Ci accorgiamo di aver perso una libertà solo quando non possiamo più esercitarla. Le libertà si restringono lentamente, una piccola rinuncia sembra insignificante, finché non ci si accorge che quella rinuncia era parte di un cambiamento molto più grande.

Zygmunt Bauman ha descritto la condizione contemporanea come “modernità liquida”: le forme sociali si sciolgono più in fretta di quanto riusciamo a solidificarle in abitudini, e questo rende invisibile la perdita, perché non c’è più un confine netto da attraversare per accorgersene. Il prezzo della comodità, in questo schema, è esattamente il tipo di cittadino che il potere preferisce: pigro, viziato, uniformato, stanco, e per questo più incline al nervosismo, alla frustrazione, persino al rancore verso chi somiglia troppo a uno specchio scomodo.

La responsabilità

È troppo semplice dire “è stato il potere”. Il potere esiste sempre, in ogni epoca e in ogni forma di società: la vera domanda non è se esista, ma perché una società gli permetta di espandersi.

Per comodità? Per paura? Per indifferenza? Per convenienza? Per stanchezza? Questa è forse la domanda più importante di tutte, perché sposta il discorso dalla colpa alla responsabilità, che riguarda ciascuno di noi.

Il G8 di Genova ci ricorda cosa accade quando il rapporto tra sicurezza e libertà si spezza in modo brutale e visibile. Venticinque anni dopo dobbiamo chiederci se siamo ancora capaci di riconoscere i limiti del potere quando cambiano forma, quando smettono di indossare la divisa e si travestono da algoritmo, da notifica, da tendenza. E soprattutto… ce ne accorgiamo prima che sia troppo tardi, o solo quando, come nel 2001, la ferita è già aperta?

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