La versione aggiornata della proposta introduce modifiche che suonano come aggiustamenti tecnici, ma nascondono scelte politiche precise. in poche parole si vota per una coalizione che dichiara già chi vuole a Palazzo Chigi, indicando obbligatoriamente il candidato premier. Se quella coalizione supera il 42%, ottiene un bonus di seggi (220, 55%) che la rende governabile per tutta la legislatura. Se non ci arriva, si torna alla proporzionale pura (sparisce il ballottagio).
Qui comincia il punto più interessante, e più imbarazzante, di questa storia.
Il Partito Democratico grida allo scandalo. Parla di legge incostituzionale, di sistema su misura per Meloni, di attacco alla democrazia. Parole giuste, forse. Ma c’è un problema: se il campo largo vincesse con il Melonellum, il PD sarebbe il grande beneficiario. Il premio di maggioranza non va proporzionalmente ai partiti della coalizione. Va alla coalizione nel suo insieme. E dentro quella coalizione, chi prende più voti, il PD al 22%, si trova in una posizione di forza nella spartizione dei seggi, nella scelta del premier, nella composizione del governo. M5S all’11%, AVS al 6%: alleati preziosi in campagna elettorale, soci di minoranza dopo. Ecco perché l’opposizione del PD allo Stabilicum è reale, ma non feroce. È un’opposizione da vetrina: si contesta la legge per non sembrare complici, ma non si fa di tutto per affossarla. Il Corriere della Sera non lo scrive, ma alcuni analisti lo pensano e qualcuno lo dice sottovoce: forse a Schlein non dispiace poi così tanto votare con questa legge, se vince. E non è la prima volta che il PD gioca questa partita ambigua. Sul riarmo europeo, quando tutte le opposizioni, M5S, AVS, e buona parte del centrosinistra, alzavano il muro contro le spese militari, il Partito Democratico teneva il piede in due scarpe: dichiarava la contrarietà al piano nei circoli e in televisione, ma nella sostanza il voto europeo del gruppo dem si allineava con i socialisti, i popolari e i liberali. Risultato: contrari a parole, favorevoli nei fatti. Una postura che si ripete con inquietante regolarità.
Il M5S: la trappola a doppia mandata
Il Movimento 5 Stelle è l’unico partito che ha un interesse genuino, strutturale e coerente a bloccare questa riforma. Non per principio astratto, ma per una ragione aritmetica brutale: lo Stabilicum è una trappola in entrambe le direzioni.
Scenario 1
Il centrodestra vince. Meloni supera il 42%, prende il premio, governa con una maggioranza blindata per cinque anni. L’opposizione viene compressa in una minoranza numericamente ininfluente. M5S, con i suoi seggi ridotti e senza collegi uninominali che premiavano la presenza territoriale, conta ancora meno di adesso.
Scenario 2
Il campo largo vince. La coalizione supera il 42%, ottiene il bonus di seggi. Ma chi li gestisce? Il PD, primo partito al 22%, prende la fetta maggiore. M5S ottiene seggi in proporzione al suo 11%, diventa il socio di minoranza in un governo guidato da Schlein, con un programma che non è il suo, su una piattaforma costruita dal partito più grande. L’indipendenza del Movimento, il suo DNA, come la chiama Conte, viene di fatto compressa dall’interno della coalizione.
In uno scenario perde visibilità e potere. Nell’altro perde identità. Non è un’esagerazione ma è la matematica della legge.
Venezia parla chiaro e gli elettori M5S non ci stanno
I dati delle elezioni comunali del 25 maggio 2026 a Venezia dicono qualcosa di preciso su tutto questo. Il candidato del centrodestra Simone Venturini ha vinto al primo turno con il 51% dei voti, superando il candidato del campo largo Andrea Martella. Non era il risultato atteso: i sondaggi pre-elettorali davano Martella avanti. Com’è andata? Le elaborazioni di Youtrend ci dicono che la metà degli elettori che avevano votato M5S alle europee 2024 ha scelto Venturini invece che il candidato del campo largo. Una quota determinante per la vittoria al primo turno. Quando il campo progressista scende con un candidato dem, una fetta consistente dell’elettorato pentastellato non lo segue.
È un segnale politico preciso. Quegli elettori non si sentono rappresentati da un’alleanza in cui il PD decide chi candidare, quali temi mettere al centro, quale linea tenere sull’economia, sulla politica estera, sul riarmo. E quando trovano un’alternativa percepita come più vicina , anche a destra, la prendono.
